• Il congresso di Dresda. La Spd alla ricerca dell’anima

    13.11.2009 - Il tandem Gabriel-Nahles immagina una nuova Bad Godesberg, ma di sinistra

    Il congresso di Dresda, che avrà inizio oggi e durerà fino a domenica, sancirà la fine dell’era riformista e l’inizio di una leadership ringiovanita ma allo stesso tempo più orientata verso le radici socialdemocratiche del partito.

    Due, infatti, sono le cose date per scontate: l’ex ministro dell’ambiente, Sigmar Gabriel, vestirà i panni di leader e la trentanovenne Andrea Nahles, esponente di spicco dell’ala sinistra del partito, diventerà la futura segretaria generale della Spd. Entrambi sono più che mai convinti di ridare al loro partito una chiara identità politica: «La gente non sa più cosa rappresentiamo», ha detto Gabriel in un’intervista per il settimanale Der Spiegel, aggiungendo che «questo deve assolutamente cambiare».

    Per Franz Müntefering, figura storica ma anche tragica di una Spd che – come sostiene Andrea Nahles – negli ultimi anni ha lasciato per strada «una parte del suo cuore» pur di governare, non c’è più spazio nel partito. Con il suo ritiro dalla politica attiva, termina anche un’epoca nella Spd, iniziata con l’ambizioso progetto Rot-Grün dell’ex cancelliere Gerhard Schröder e della figura storica dei Grünen, Joschka Fischer, e finita con la poco gloriosa troika riformista composta dall’attuale capogruppo parlamentare della Spd, Frank-Walter Steinmeier, dall’ex ministro delle finanze Peer Steinbrück e – appunto – Müntefering.

    Dopo undici anni di governo – sette sotto la guida di Schröder e quattro trascorsi, da partner minore, nella Große Koalition di Angela Merkel –, la Spd si riunisce, dunque, per la prima volta non solo nella veste di partito d’opposizione, ma anche di partito di sinistra. Il pensiero politico di Schröder, convinto che non esistesse «una politica di sinistra o di destra, ma piuttosto una politica moderna o meno», non è più conforme a quello della futura presidenza.
    L’aria che tira nel Willy- Brandt-Haus a Berlino – sede centrale della Spd – è quella di un partito che tenta il tutto per tutto ricominciando da capo, proprio come cinquanta anni fa nello storico congresso di Bad Godesberg. “Insieme per la ripartenza” oppure “ricominciamo dalla base”, sono questi gli slogan che gli utenti leggono, quando entrano nel sito internet del Partito socialdemocratico.

    Nahles e Gabriel, difatti, vogliono rilanciare la socialdemocrazia tedesca – oramai in uno stato di crisi profonda dopo il tonfo elettorale del 27 settembre, che ha visto scivolare di undici punti la Spd rispetto alla scorsa tornata – percorrendo, fondamentalmente, due strade: coinvolgendo, da una parte, la base del partito e voltando, dall’altra, le spalle al passato. Durante le scorse tre settimane, il nuovo tandem ha visitato una ventina di sedi della Spd lungo tutto il territorio federale.

    E, all’inizio di questa settimana, Gabriel ha preso di mira la riforma del sistema sociale Agenda 2010, un cavallo di battaglia dei riformisti. «Con questa riforma – afferma Gabriel – la Spd ha sicuramente contribuito ad abbassare il tasso di disoccupazione, ma oggi sempre meno gente riesce a vivere del proprio lavoro».
    Per non parlare dell’aumento dell’età pensionistica dai 65 ai 67 anni, decisa dalla Grande coalizione nel 2007 e firmata da Müntefering, in quel periodo ministro del lavoro. «Una scelta sbagliata», sentenzia il futuro leader socialdemocratico.
    Nell’attesissimo discorso di Dresda, il futuro presidente non solo chiuderà con il passato, ma cercherà di tracciare il modus operandi per uscire dalla crisi. La nuova Spd di Gabriel – come sostiene Franziska Drohsel, presidente dei giovani socialisti – si batterà per un «rafforzamento del welfare e, dunque, per una politica sociale più giusta».

    Il quotidiano Frankfurter Allgemeine Zeitung, tuttavia, non crede che con un semplice ritorno al passato la Spd riuscirà a recuperare la strada persa negli ultimi anni. Serve molto di più: la Spd deve offrire alternative al programma politico della Cdu di Angela Merkel, che dall’inizio della crisi economicofinanziaria si è tinto di rosso. Difatti, la Kanzlerin, ha trasformato la destra, rendendola più socialdemocratica, e ha reso anche innocuo lo spirito neoliberale della Fdp di Guido Westerwelle, che – piuttosto di liberalizzare il mercato del lavoro, come annunciato in campagna elettorale – aumenterà l’assegno familiare.

    Secondo il politologo dell’università di Gottinga, Franz Walter, invece, la crisi della Spd è dovuta al generale stato d’emergenza della sinistra europea.

    Nel suo ultimo saggio (Nell’autunno dei partiti popolari), Walter analizza la crisi del Partito socialdemocratico tracciando un paragone con il Partito socialista francese, che alle scorse elezioni europee è scivolato addirittura al 16,5 per cento, finendo al fianco dei Verdi di Daniel Cohn-Bendit. La Spd – secondo Walter – si trova soffocata in mezzo a due poli estremi, proprio come il partito francese, con i massimalisti che premono da una parte e i partiti centristi dall’altra. Infatti, la Spd non soffre soltanto la forte concorrenza del partito Die Linke di Oskar Lafontaine, ma anche l’ascesa dei liberali e la buona performance dei Verdi, sempre più affermati nel centro della società. Ma Walter va oltre nella sua analisi: questa continua pressione sulla Spd finirà per ridurre all’osso il partito popolare più vecchio d’Europa. Ecco perché una parte del partito preme sul fatto di cercare l’intesa con il partito radicale di sinistra, Die Linke: oltre a Matthias Platzeck, il ministro-presidente di Brandeburgo che questa settimana ha dato inizio ad una coalizione rossa nel Land attorno Berlino, anche Ottmar Schreiner – esponente dell’ala sinistra della Spd – e Klaus Wowereit, borgomastro di Berlino, si dicono favorevoli ad un dialogo aperto con i massimalisti.

    Un primo passo, tuttavia, è stato fatto anche da Gabriel: per la prima volta la Spd ha invitato i capi della Linke dei singoli Länder a partecipare al congresso di Dresda. Un’eccezione, però, è stata fatta per Lafontaine: Oskar, a causa dei suoi continui attacchi al suo ex partito, non è stato invitato. «Ci mancherebbe», ha commentato il settimanale Der Freitag.

  • Sigmar Gabriel e Andrea Nahles - garanti per la rinascita della Spd?

    3.10.2009 - Soltanto cinque giorni dopo l’amara sconfitta alle elezioni federali, la Spd si presenta con un nuovo tableau, pronta a riformarsi entro i prossimi quattro anni d’opposizione nel Bundestag.

    A partire dalla metà di novembre, quando si terrà l’attesissimo congresso federale del partito, il nuovo leader della Spd sarà l’ex ministro dell’ambiente Sigmar Gabriel, mentre la giovane Andrea Nahles andrà a sostituire Hubertus Heil come segretaria generale. E tra i nuovi vice-presidenti compaiono due volti di spicco: il sindaco di Berlino, Klaus Wowereit e Hannelore Kraft, leader della Spd nel Nord-Reno-Vestfalia, che nei prossimi mesi tenterà il tutto per tutto per riportare il suo partito a governare nel Land più popolato della Germania. L’ex candidato alla cancelleria, Frank-Walter Steinmeier, invece, sarà il capogruppo parlamentare della Spd.

    Nei media tedeschi, tuttavia, il nuovo volto della Spd fa discutere. Il settimanale Der Spiegel sostiene, che la nuova coppia al vertice del partito rispecchia le due ali del partito: mentre Sigmar Gabriel sarebbe l’ultimo superstite dei schröderiani – un riformista convinto che le grandi riforme del governo rosso-verde erano giuste ed inevitabili –, Andrea Nahles rappresenterebbe l’ala tradizionalista, pronta ad avvicinarsi al partito radicale di sinistra Die Linke. Ma proprio in questa profonda differenza di pensiero tra i due futuri timonieri, il quotidiano Frankfurter Rundschau vede un ostacolo per la ripresa del partito: la Nahles, addirittura, non avrebbe perdonato a Gabriel il fatto di aver partecipato al golpe ai danni dell’ex presidente della Spd, Kurt Beck. E Gabriel rimprovererebbe alla Nahles di non averlo sostenuto, quando – nel 2007 – provò ad entrare nella dirigenza del partito. Ripicche del passato che potrebbero pesare nel presente.

    Inoltre, l’opinione pubblica si chiede se la Spd cambierà la linea politica degli ultimi anni oppure se continuerà ad essere un partito volto a conquistare il centro: mentre il sociologo Heinz Bude, in un’intervista per la Süddeutsche Zeitung, sostiene che non sia stata la politica riformista di Schröder a rovinare la Spd – visto che nella scorsa tornata Gerhard ottenne ben undici punti in più rispetto a Steinmeier e per un soffio non fu rieletto –, il quotidiano Die Tageszeitung invita la Spd a tornare alle proprie radici: del resto non si può conquistare la classe operaia con una politica liberale. Una Spd che agisce da “seconda Cdu” – a lungo andare – non avrebbe motivo di esistere.

    Con Gabriel la Spd schiera uno dei suoi politici più esperti. Come Schröder, Gabriel è stato ministro-presidente in Bassa Sassonia ed è un politico pragmatico, realista e capace di prendere decisioni che pesano: alla Cdu/Csu, che avrebbe voluto un ritorno al nucleare, il ministro Gabriel ha detto “Nein” senza esitare. Nei suoi anni al ministero dell’ambiente, oltretutto, ha messo fine al progetto del lager atomico di Gorleben. Una mossa, che non è piaciuta solo ai Grünen, fin da sempre contro lo smaltimento dei rifiuti nucleari in Germania, ma che ha avuto un eco di consenso in tutta la popolazione. Non c’è da sorprendersi, dunque, se Gabriel è stato eletto nella sua circoscrizione elettorale con oltre 45 punti di consenso: in un periodo di crisi nera per la Spd, un risultato da non sottovalutare.

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